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Questo tipo di "zeppola di Natale", dalla forma caratteristica, è uno dei più antichi e poveri dolci del basso Cilento, la cui tradizione oggi è rimasta soprattutto a Lentiscosa. Nella religione cristiana grande importanza ha la festività del Natale; tra le pieghe di questa festa religiosa sono ben nascosti simboli e tradizioni di origine pagana, ricordi di altre e più antiche festività, poi cancellati dal Cristianesimo. La tradizione della zeppola di Natale, presumibilmente, ha alla base l’antichissima devozione pagana alla dea Hera. Hera era la moglie di Zeus e regina di tutti gli dei; divinità primaria dell'universo religioso della cultura greca, raccoglieva in sè una pluralità di caratteri e veniva adorata ed invocata quale protettrice della natura, della fertilità, degli animali, della gioventù, della caccia o della pesca, del matrimonio, della navigazione. La dea sovrintendeva quindi alla fertilità umana e naturale; era protettrice delle greggi e dei raccolti. Come moglie di Zeus, ella proteggeva la famiglia; sovrintendeva ai parti (scioglieva i legami delle doglie), rendeva fertile la coppia e il territorio. Il culto di Hera nacque ad Argo (in Grecia) e la tradizione attribuisce proprio ai leggendari Argonauti, guidati da Giasone, la sua diffusione al di fuori della città greca e la fondazione di numerosi santuari a lei dedicati tra i quali uno dei più maestosi e vicino a noi quello di Foce Sele (Paestum). Le donne, in procinto di sposarsi, andavano al tempio a chiedere fertilità e portavano in dono il dolce cosparso di miele: voleva essere un'offerta propiziatoria e l'espressione di un ringraziamento per la concessione del sommo bene del mistero della vita considerando la maternità come un dono divino. Nella stilizzazione scarna ed essenziale della forma della zeppola è più che evidente l'allusione all'accoppiamento sessuale; si notano proporzioni molto accentuate degli organi genitali. Per una naturale transizione Hera divenne la dea dell’amore sessuale. Il culto di Hera continuò con l’avvento dei Romani, nel 273 a.C., e con il cristianesimo la devozione si trasformò. Quando si iniziò a festeggiare il Natale, molte tradizioni pagane, invece di essere abbandonate vennero integrate nei nuovi riti e rimasero ben salde ancora per tutto il III secolo, basta sapere che molti cristiani cominciarono a considerare il Natale una festa pagana perchè raccoglieva molte usanze non cristiane. Nel 1600 questa festa religiosa venne considerata in Inghilterra e in alcune colonie americane fuorilegge proprio a causa di questi aspetti pagani. Tuttavia ben presto la nascita di Gesù venne di nuovo festeggiata considerando maggiormente l'aspetto cristiano della festa. Per gli antichi romani il 25
dicembre era il DIES
NATALIS SOLIS INVICTI (giorno della nascita del sole invitto) .
La data venne scelta
dall'imperatore Aureliano.
Il sacro giorno della [ri]nascita del Dio Sole aveva valore magico,
propiziatorio e simbolico, poiché la Stella Invitta rappresentava sia la luce
da contrapporre alle tenebre delle lunghe notti invernali sia il calore che
doveva scaldare le fredde giornate . Il Cristianesimo è riuscito a
trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la "nascita del
sole" con la "nascita di Cristo", e la "luce solare"
con la "luce divina del Figlio di Dio". Il sincretismo si compì
lentamente, finché la notte tra il 24 e il 25 dicembre, cioè la nox
postsolstiziale che coincideva con l'occasione in cui ormai da secoli si
festeggiava una luminosa genesi astrale, divenne anche la notte della nascita
del nostro Dio. L’usanza di consumare a Natale dolci preparati con la farina risale agli antichi romani perché lo scrittore latino Plinio il Vecchio riferisce che alla festa del "Natalis Solis Invicti" si confezionavano le <<sacre e antiche frittelle natalizie di farinata». La zeppola veniva preparata con
farina di farro, al quale era attribuito un valore sacro. Era utilizzato come
offerta alle divinità, soprattutto alla dea della
fertilità. Per propiziarsi poi le divinità
contadine si offriva la mola salsa, era farina o chicchi miscelati con
acqua e sale. Il farro poi aveva un ruolo fondamentale nei matrimoni patrizi
dell'antica Roma, chiamato appunto, conferratio. La sposa donava al futuro sposo
un pane o un dolce di farro. Il farro era anche utilizzato come paga da dare ai
soldati ed erano chiamati "chicchi della potenza" perché erano
protetti da Cerere. Nel Medioevo man mano il farro fu soppiantato dal grano,
meno difficile da coltivare e più proficuo. Il suo utilizzo venne sempre più
circoscritto all'alimentazione degli animali. Ha qualcosa come 9000 anni.
E' uno dei più antichi cereali utilizzati dall'uomo. Nella
Grecia antica, come poi accadde a Roma, era un cibo comunissimo. Lo cita persino
Omero
nelle sue opere, e lo storico greco Erodoto scrive che i Greci sostituirono
l'orzo con il farro perché più sostanzioso.
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RICETTA LENTISCOSANA
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Proporzioni : 1 Kg di farina = 1 litro d'acqua Versare nell'acqua :un mandarino spremuto e la buccia del mandarino, basilico secco e far bollire per mezz'ora; prima di spegnere il fuoco aggiungere un cucchiaio d'olio e un bicchierino d'anice. Versare nell'acqua la farina a poco alla volta e mescolare, fino a quando la pasta si stacca dal recipiente. Mettere la pasta sul tavolo, bagnarsi le mani con dell'olio, stendere la pasta, arrotolare e dare la forma. Friggere nell'olio bollente a fuoco alto. Una volta pronta, toglierla dalla pentola e condirla con del miele.
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Ricetta che si usa in altri posti
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Ingredienti: per il condimento: Mettere acqua, latte, anice e sale
sul fuoco e prima che bolla, versare di getto la farina setacciata.
Mescolare con la cucchiarella il composto sul fuoco fino a quando si
stacca dalle pareti della pentola. Versare la pasta ottenuta su un marmo
leggermente unto e lavorarla molto bene in modo da renderla liscia e
omogenea al massimo. Tagliarla a pezzetti e arrotolarla con le mani in
modo da avere dei bastoncini di circa cm. 15 di lunghezza che si avvolgono
su se stessi a forma di L. Pungere ogni zeppola varie volte con le punte
di una forchetta, preparandone un piccolo quantitativo per volta per
evitare che si formi alla superficie una patina dura che potrebbe
compromettere il risultato. Friggere in abbondante olio bollente, fare
assorbire il grasso su carta da pane. Infine immergere le zeppole nel
miele precendemente messo in una pentola sul fuoco a cui avrete unito
anice la buccia di limone e dell'arancia
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| Nella versione
dialettale e poetica di Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino |
| " Miette ncoppa a lo ffuoco na cazzarola co meza caraffa d'acqua fresca, e nu bicchiere de vino janco, e quando vide ch'accomenz'a fa lle campanelle, e sta p'ascì a bollere nce mine a poco a poco miezo ruotolo, o duje tierze de sciore fino, votanno sempre co lo laniaturo; e quanno la pasta se scosta da tuorno a la cazzarola, allora è fatta e la lieve mettennola 'ncoppa a lo tavolillo, co na sodonta d'uoglio; quanno è mezza fredda, che la puo' manià, la mine co lle mmane per farla schianà si per caso nce fosse quacche pallottola de sciore: ne farraje tanta tortanelli come sono li zeppole, e le friarraje, o co l'uoglio, o co la nzogna, che veneno meglio, attiento che ta tiella s'avesse da abbruscià; po co no spruoccolo appuntuto le pugnarraje pe farle suiglià, e farle venì vacante da dinto; l'accuonce dinto a lo piatto co zuccaro, e mele.Pe farle venì chiù tennere farraje la pasta na jurnata primma." |
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