Da " Pyros informazioni"

"Una raccolta di belle parole"

Lo abbiamo ascoltato cimentarsi nella musica sacra popolare come cantore di Padre Pio, della Madonna di Pietrasanta e della "sua" Santa Rosalia.

Oggi Salvatore Pomarico abbandona la musica religiosa per tuffarsi "anema e core" nella musica popolare di matrice e natura profana. Stavolta il cantore lentiscosano è partito da una ricerca linguistica svolta sul campo che ha portato alla raccolta di dodici canti popolari da lui musicati secondo moduli tradizionali.

Ecco perché, di là dal merito artistico, l’ultima fatica di Pomarico si segnala per la meritoria opera di recupero e valorizzazione del canto popolare; parole nate dalla saggezza popolana, tramandate dalla bocca e dalla memoria vivente ed affidate nei secoli alla tradizione orale che finalmente trovano una precisa ed indelebile rintracciabilità. Nel senso letterale dell’espressione se è vero che al compact disc Pomarico allega un libricino contenente i testi dei canti: un tentativo intelligente, modesto ma preziosissimo di archiviazione scientifica del dato culturale acquisito sul campo.

Il libricino a colori è naturalmente di fattura artigianale come un appendice naturale ai canti proposti. In copertina alcune fotografie raffigurano la cittadina di Lentiscosa, al centro il ritratto dell’artista elegantemente vestito ed autorevolmente impegnato nella esecuzione musicale.

Il senso più autentico dell’opera è dichiarato dallo stesso Pomarico che nella presentazione parla di una "raccolta di belle parole allo scopo di apprendere le cose belle che ormai stanno finendo nel nostro paese".

Il tema dominante è l’amore. O meglio l’amata che viene divinamente esaltata e paragonata agli elementi più belli e formidabili della natura. Che è essa stessa un elemento della natura: il più stupefacente.

A noi è piaciuta "Bella cu li capilli" dove affiora una visione quasi mistica dell’amata: quando lei scioglie i capelli "incatillati", "la terra trema". E non solo. Al passaggio dell’amata le porte chiuse si aprono mentre la chiosa è una splendida immagine dell’amata che entra in Chiesa; lei che intinge la mano nell’acquasantiera, la genuflessione accorata: tutto paradisiaco al punto che, canta Pomarico, "io credo che con gl’angeli voi parlate". Il passaggio della persona amata sui luoghi si manifesta attraverso lo splendore della luce: "Comi ngi luce" nei luoghi ove essa è nata, dove i muri sono costruiti da "un mastro galante" con le "prete ramuri", di cui almeno una l’amato vorrebbe portarla via.

L’inno misticheggiante all’innamorata in "Veneranda" diventa mirabile paragone perché elle viene eguagliata alla luna o al sole che sorge. Di questo astro nascente l’uomo non può fare a meno : "la chiesa nun po’ stare senza la fonte e l’omu nun po’ stare".

Per converso, il distacco dalla Bellezza è visto come un viaggio verso lidi sconosciuti (" non saccio se rimani addu mi scura") ed inospitali ("pi siti mi vivetti i miei sudori"). Ecco perché in "Iu nun ti lasciu cchiu" l’uomo solennemente promettere che andrà via : "puru ca vene la fine ru munnu".

In "Na preta liscia", un valzer ritmato segnato da una sperimentale seconda voce, dichiara una speranza: che "la preta liscia ca inta a lu piettu tuo mi spampanassi".

Torna anche altrove il tema del seno come attrattore sentimentale e sessuale, paragonato a "na preta liscia" oppure a "na funtana".

Bella anche "Nammuratella mia" che tratteggia il tema della diffidenza e dell’invidia sociale; qui l’amato sceglie come ambasciatore d’amore il sole piuttosto che la gente "traditora" che non riuscirà comunque a spezzare un legame fortissimo, destinato a piegarsi solo con le carte, la volontà di Dio e la morte.

Il tema floreale è ricorrente nel titolo di "Rosa russilla" e nel "U garofalu" che la "bella figliola" lancia dal balcone all’amato che dovrà indossarlo "pi lu uornu ri Pasqua".

Non manca il tema più mesto della giovinezza che fugge, trattato con leggerezza ed elegante ironia: in "Quanneru piccirillu" l’amore cambia con lo scorrere degli anni fino al punto che "ravu nu passu avanti e poi mi assetto".

Gli anni che passano rendono capaci di una fedeltà più grande alla "cara sposa" che diventà capacità di mantenere la promessa fatta ad ogni costo: anche a costo di darsi ad un altro innamorato.

In "Vengo a cantà" troviamo puntuale la denuncia delle limitazioni cui è sottoposta l’amata, prigioniera nel palazzo dove stanno "li bellezze eterne".

Un’altra perla dell’opera è, a nostro avviso, "O santu suli" dove l’amato dà mandato al "santo suli" impartendo le istruzioni di comportamento: salutarla ma senza abbracciarla perché l’abbraccio spetta all’amato, fargli compagnia a tavola, fargli compagnia lungo la la strada ma, se dorme "nun la scitate che stà penzannu a mè".

Sotto il profili più squisitamente musicale, la melodia risulta forse un po’ troppo monocorde e necessiterebbe di una qualche rivitalizzazione attraverso qualche scatto a sorpresa di note e strumenti nuovi. Eppure paradossalmente quelle "belle parole" risaltano meglio e s’impongono più agevolmente proprio sulla base di una melodia sostanzialmente monotona.

Insomma le "Serenate del mio paese" firmate dal cinquantasettenne portalettere sono un suggestivo viaggio nella memoria di un tempo quando "ci murivamu i fami, ma eravamu felici cu nu piezzu e pane. Mo tinimu na lira, ma amu persu l’amuri e a bellezza ri vivere".

Forse le parole antiche ripescate nella memoria collettiva, la melodia platealmente classica, il sentimento dell’amore idealizzato faranno sorridere i più ma, potente ed inevitabile, la poetica del Pomarico insinua il dubbio: non è che forse oggi abbiamo bisogno proprio di quelle "belle parole"?